L’insostenibile ascesa del precariato

Anche il Governo Renzi sembra ritenere che il problema del mercato del lavoro in Italia sia la rigidità dei contratti. E sceglie di allungare ancora il precariato, penalizzando coloro che promette di aiutare: i giovani e le donne. Senza creare un solo posto di lavoro in più.

Speranza e fiducia aveva promesso Renzi diretto a Palazzo Chigi. La promessa di una grande redistribuzione per i ceti popolari – dieci miliardi per dieci milioni di lavoratori – l’aumento dell’aliquota sulla transazioni finanziarie, il piano scuola. Roba forte, una lezione di riformismo e pragmatismo.

Annuncia la riforma del mercato del lavoro e del welfare. Scegliendo per la prima lo strumento del decreto – necessità e urgenza con la disoccupazione al 12,7% – e per il secondo il disegno di legge. Il dinamismo del giovane Premier si concentra sulla flessibilità: welfare e assegno universale, formazione e contratto a tutele crescenti dovranno aspettare.

Quale impresa stabilizzerà un lavoratore se a partire da oggi ha due strumenti assai meno costosi e impegnativi come il tempo determinato e l’apprendistato riformati dal decreto Poletti? A questa domanda Fassina, Boeri e il buon senso hanno risposto in coro: nessuna azienda, nessuna stabilizzazione.

Il decreto consente infatti di attivare contratti a termine senza causale per tre anni, rinnovabili fino a otto volte. L’apprendistato, privato del progetto formativo e senza il vincolo di stabilizzare una quota di vecchi apprendisti prima di assumere i nuovi, si trasforma in un contratto a termine e a basso costo.

Una scelta che rischia di avviare una nuova ondata di precarietà, aumentando la quota di lavoratori precari, deboli nei diritti, poveri. E accrescere l’asimmetria tra competenze e mansioni. Milioni di giovani svolgono lavori diversi da ciò per cui hanno studiato, magari per molto tempo, con meno impegno e molta frustrazione, immiserendo la propria condizione: perché il lavoro non è solo reddito ma anche emancipazione, realizzazione, libertà.

La riforma del lavoro varata in Spagna è un monito.Dopo due anni di applicazione, uno studio BNL ne valuta gli effetti. Il 92,3% dei nuovi contratti è a tempo determinato e solo il 3% viene convertito poi in contratto permanente. Il 30% degli spagnoli che lavora a tempo determinato, rimane bloccato per 6-8 anni tra precarietà e disoccupazione. Chi riesce a trasformare il proprio contratto in uno permanente si trova comunque in una posizione peggiore degli altri.

In Italia, la precarietà si è diffusa fino a coinvolgere il 32% degli occupati nel 2012, segnando una traccia profonda nella vita di milioni di italiani, di giovani e di donne, difficile da superare.

Le riforme degli anni ’90 si fondavano sullo scambio tra diritti e flessibilità, costo del lavoro contro innovazione. Oggi la ferita è ancora aperta. Proseguiamo così nel rendere più flessibile il mercato del lavoro, mentre la disoccupazione è al livello più alto dal 1977.

Impressionano le parole del Ministro Poletti, per cui le riforme non devono essere giuste ma efficaci. L’occupazione non si riattiva agendo solo dal lato dell’offerta di lavoro, rendendo più semplice e meno costoso assumere e licenziare, ma intervenendo sulla domanda aggregata, la produzione e gli investimenti.

Molto diversa era la traccia del Jobs act annunciato a gennaio: prima le sette linee di politica industriale e dopo le regole del mercato. Con i GD proponemmo una consultazione tematica, sarebbe stato interessante e originale, per una volta chiedere al popolo democratico come la pensasse sul mercato del lavoro e sulle politiche per lo sviluppo. Il Jobs act è poi diventato legge, senza attraversare nessuna discussione.

Il decreto va modificato senza aspettare l’ennesima riconferma empirica dell’inefficacia di queste scelte. Ora tocca al Parlamento, ci sono due mesi. Due mesi che ci separano dalle elezioni europee. Al PD e al Governo chiediamo di rivedere il numero dei rinnovi per i contratti a termine, l’obbligo di assunzione per l’apprendistato, combattere la precarietà. Si parta da qui per ricostruire la fiducia, come promesso, e come è legittimamente atteso da un governo riformatore che ha suscitato grandi speranze in milioni di donne e di giovani.

Federico Nastasi, responsabile Lavoro, Giovani Democratici

l’Unita’, 28 marzo 2014

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